domenica 29 novembre 2015

Recensione di “Anna” di Niccolò Ammaniti


“Il lungomare era stato trasformato in una tendopoli che dopo quattro anni formava uno strato compatto di plastica, stoffa e cartone inerte e duro. Non interessava nemmeno più ai gabbiani e ai ratti. Nelle piazze c’erano cataste di corpi e nelle fosse comuni giacevano cadaveri ricoperti di calce. Il porto era stato consumato da un incendio così vorace che aveva deformato pure il ferro delle cancellate, riducendo le banchine a piazzali anneriti. Rimanevano in piedi le gru e le pile di container arrugginiti. Un paio di navi giacevano coricate sul fianco come megattere spiaggiate”.

Queste righe, tratte da “Anna”, l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti, potrebbero essere un incipit perfetto per questo romanzo dai risvolti apocalittici. La protagonista è una bambina di tredici anni, Anna, che deve sopravvivere in un mondo flagellato da un virus terribile che sta sterminando l’intera umanità. Gli unici immuni sono i bambini, che non sviluppano il virus della “Rossa” fino all’adolescenza.

La trama si svolge in una Sicilia irriconoscibile, tra case abbandonate e file di automobili ridotte a carcasse arrugginite e coperte di polvere, nella desolazione più totale, in una tristezza infinita, dove ogni essere umano è stato colpito, tranne appunto i più piccoli. Cani randagi e affamati si aggirano in branco come lupi scarniti e feroci. Anna dovrà fronteggiare bestie fameliche e orde di bambini seminudi che si muovono come tribù indigene in città fantasma. Lo spettro della fame accomuna i sopravvissuti che svaligiano case e negozi, arraffando ogni cosa che possa essere utile. In tanto orrore cambia la percezione di cosa è giusto o sbagliato, mutano i valori e i sentimenti, si ruba e si uccide per sopravvivere, i bambini giocano con ossa umane, le raccolgono e le usano come fossero costruzioni in un gioco macabro e spaventoso.

Anna è una bambina che in pochi anni ha visto la propria vita cambiare improvvisamente. Grazie a un diario che la mamma le ha lasciato prima di morire, “il libro delle cose importanti”, riesce ad organizzarsi e a provvedere al fratello più piccolo. In lei domina un grande senso di responsabilità, non vuole deludere sua madre nemmeno quando questa è ridotta a uno scheletro. Badare al fratello è un suo compito, deve provvedere al cibo e alle medicine, e soprattutto non vuole che il piccolo conosca tutta la verità. Ma non tutto ciò che accade è prevedibile, il diario ha dei limiti, la mamma non poteva certo immaginare tutto ciò che il futuro avrebbe riservato per i suoi figli. Anna è una ragazzina determinata, intelligente, coraggiosa, e sa destreggiarsi in ogni situazione. Vagherà per terre abbandonate, tra cumuli di immondizia e distese di cenere, insieme al fratello talvolta disperso, affascinato da quelle orde di bambini così simili a lui che lo rapiscono e lo portano via. Anna sperimenta l’amore, quello vero che porta gioia e speranza anche nei momenti più terribili. Sicura che il destino possa esserle favorevole cerca in ogni modo di lasciare la Sicilia. Le autostrade lunghe e incredibilmente deserte fanno da cornice al suo cammino lento e faticoso verso l’agognata salvezza in cui lei vuole credere, verso la Calabria e il continente, dove spera di cambiare il destino suo e del fratello.

“Anna” è un romanzo avvincente, da leggere tutto d’un fiato. Non ci si può annoiare, il cataclisma di Ammaniti è così terrificante da far aggrappare il lettore a ogni singola pagina. La storia si svolge in un contesto a dir poco aberrante, in un mondo crudele e spietato. “Anna” è sconvolgente, triste, impietoso, catastrofico e talvolta nauseante. Ma la fluidità della narrazione, le vicende dei protagonisti a cui subito ci si affeziona e ci si immedesima, le loro emozioni, il contesto in cui si svolge la storia in una Sicilia dai luoghi conosciuti come Palermo o Cefalù, rendono questo romanzo avvincente e imperdibile. Si potrebbe dire che la storia raccontata da Ammaniti non è nuova, già altri hanno scritto di epoche post-apocalittiche e virus letali. Nel film “Io sono leggenda” tratto dall’omonimo romanzo di R. Matheson, il protagonista interpretato da Will Smith, vive una situazione analoga a quella di Anna, in una New York annientata da un terribile virus. O anche in altri film come “Contagion” o “Virus letale” l’umanità soccombe in uno scenario terrificante. Ma la capacità di Ammaniti sta nel trasportare e rappresentare questa apocalisse in una terra inusuale come quella di una regione italiana che solitamente poco si presta a scenografie di questo tipo.

“Anna” è un libro per gli amanti del genere fantascientifico, dell’horror, ma anche di chi sa apprezzare quel tipo di romanzo in cui l’avventura si mescola a vicende surreali. L’affermazione “La vita non ci appartiene, ci attraversa”, riportata anche nella quarta di copertina, riassume il concetto base a cui questo libro fa riferimento, cioè che non tutto è prevedibile, e che l’uomo è solo una pedina nelle mani del destino.





domenica 15 novembre 2015

mercoledì 11 novembre 2015

L'estate di San Martino



L'11 novembre si celebra San Martino, e con il nome "estate di San Martino" si indica il periodo autunnale in cui, dopo i primi freddi, si verificano condizioni climatiche di bel tempo con temperature piuttosto miti. 
Mai come quest'anno questo periodo coincide proprio con il perdurare dell'anticiclone che da parecchi giorni sta interessando l'Europa e la nostra penisola con generale assenza di precipitazioni e cielo limpido.

Il nome ha origine dalla tradizione del mantello, secondo la quale Martino da Tours (San Martino), entrato nell'esercito e inviato in Gallia, nel vedere un mendicante seminudo patire il freddo durante un acquazzone, gli donò metà del suo mantello; subito dopo, il cielo si schiarì e la temperatura si fece più mite. La notte, Martino vide in sogno Gesù, rivestito della metà del suo mantello militare, che diceva ai suoi angeli: “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato. Egli mi ha vestito”. Martino, allora, risvegliatosi, trovò il suo mantello integro. Il sogno ebbe un tale impatto su di lui che, già catecumeno, venne poi battezzato la Pasqua seguente, divenendo cristiano.


Per celebrare l'estate di San Martino rileggiamo insieme due famose poesie di Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli.


San Martino (Giosuè Carducci)

La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale, 
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar. 


Novembre (Giovanni Pascoli)

Gèmmea l'aria, il sole così chiaro 
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, 
e del prunalbo l'odorino amaro 
senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante 
di nere trame segnano il sereno, 
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante 
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate, 
odi lontano, da giardini ed orti, 
di foglie un cader fragile. È l'estate, 
fredda, dei morti.